L’Arte della Ceramica


Origini. Personaggi. Trasformazioni

Manifesto

L’Arte della Ceramica viene fondata a Firenze sul finire del 1896. Questo avvenimento non è del tutto casuale, infatti proprio nello stesso anno i marchesi Ginori vendono la storica manifattura di Doccia al­l’industriale milanese Augusto Richard, costituendo così la Società Ceramica Richard-Ginori. Il risentimento per questa fusione è grande, soprattutto fra i giovani fio­rentini, convinti di avere perso la celebre fabbrica di porcellane considerata un patrimonio cittadino. La necessità di far rivivere in Firenze un nuovo momento di gloria nel settore ceramico, induce quattro giovani, Galileo Chini, Vittorio Giunti, Giovanni Montelatici e Giovanni Vannuzzi, a dar vita ad una nuova fabbrica. Nelle memorie di Galileo Chini leggiamo a tale riguardo: “Doccia la fabbrica che onorava l’Italia… era passata, venduta dal GINORI all’industriale RISCIARD! [sic] al nostro tavolino del Caffè NACCI in piazza BECCARIA ove si passava la serata, si discuteva di tale cosa, resultato fu questo: Noi non avevamo tenerezza per i nostri ARISTOCRATICI — BIGHELLONI, GENTE AMORFA, dimentichi della VITA dei loro AVI — perciò l’aver VENDUTO il NOME oltre la manifattura portò a NOI un senso di RIBELLIONE e si esclamò: SE DOCCIA non è più cosa NOSTRA, NOI inizieremo un nuovo seme, sarà frutto delle nostre FATICHE e delle nostre economie, su questo tono fu la NOSTRA CON­VERSAZIONE fino a notte inoltrata.” 

Nasce così, in due ristretti ambienti in via Arnolfo, la manifattura L’Arte della Ceramica. È ormai chiaro che l’episodio della vendita della fabbrica Ginori è senza dubbio la molla che dà carica e motivazione per la fondazione della nuova manifattura; va però notato che già l’ambiente dei giovani artisti fiorentini più sensibili — e Galileo Chini ne è autorevole rappresentante — aveva maturato, anche se forse ad un livello di consapevolezza non completo, un processo di avvicinamento al mo­dernismo, che in Europa aveva avuto la sua affermazione già negli ultimi decenni dell’Ottocento. È per questo che nonostante i modesti mezzi della manifattura, la produzione si afferma come un evento di straordinario livello artistico, anche sul piano internazionale, ed ha una carica tale da generare in Italia un vero e proprio rinascimento delle arti applicate.

Il successo di queste ceramiche è essenzialmente dovuto alle loro moderne connotazioni, progettate da Galileo Chini, direttore artistico dell’impresa. Sui ruoli svolti dai soci nella fabbrica è l’artista fiorentino che ci informa attraverso le sue memorie: “Vittorio Giunti diventò il nostro direttore tecnico, io il direttore artistico, Giovanni Montelatici e Giovanni Vannuzzi i primi esecutori.”

Sempre nelle memorie dell’artista leggiamo anche una vera dichiarazione programmatica per quello che concerne l’indirizzo scelto: “… io avevo già fatto le sa­gome dei vasi e pensavo già a queste e alla decorazione di darle un carattere proprio, vi erano già in Italia e in Firenze fabbriche di grande valore, a Firenze come Cantagalli, perciò il seguitare delle varie epoche ceramiste si doveva escluderlo e cercare qualcosa di nuovo e intonato ai nostri tempi.”

In tutta la sua attività nel settore della ceramica Galileo Chini non abbandona mai l’intenzione di mantenere un riferimento con la cultura artistica del mondo contemporaneo. Proprio questa sua forte consapevolezza dell’evoluzione delle arti applicate conduce il giovane artista fiorentino in un’opera continua di sviluppo delle arti decorative italiane verso una concezione moderna. Curiosamente ciò avviene proprio a Firenze, dove l’aspetto più saliente dell’artigianato risiede nella straordinaria qualità delle riproposte di modelli del passato. Nel settore della ceramica, ad esempio, le fabbriche fiorentine come la Cantagalli o la manifattura di Signa di Camillo Bondi, si distinguono per le mirabili copie di opere di altri secoli, raggiungendo grande fama soprattutto all’estero. Con i manufatti de L’Arte della Ceramica, quindi, Firenze si pone come la città italiana più pronta ad accogliere i dettami della nuova estetica.

La piccola fabbrica è destinata in breve tempo a ricevere numerosi consensi sia in Italia che all’estero e così anche ad assumere maggiori dimensioni. Infatti, già poco dopo la costituzione dell’impresa, ai quattro soci fondatori si uniscono alcuni componenti della famiglia Chini: i fratelli Chino, Augusto e Guido. Quest’ultimo, diversamente dagli altri, non ha mansioni artistiche, ma si occupa dell’amministrazione della fabbrica.

Il sostegno finanziario dei nuovi soci consente alla fabbrica di partecipare all’Esposizione di Torino del 1898. Questa prima presentazione al pubblico dei manufatti de L’Arte della Ceramica raccoglie un grandissimo successo, tanto che la giuria dell’esposizione conferisce alla giovane fabbrica la medaglia d’oro. I riconoscimenti ottenuti favoriscono l’apporto di cospicui capitali da parte di nuovi soci: tra essi va ricordato il conte ferrarese Vincenzo Giustiniani. Con il suo contributo la fabbrica raggiunge una solida sicurezza economica che le permette di essere presente al­l’Esposizione Universale di Parigi del 1900. In questa occasione gli esemplari de L’Arte della Ceramica ot­tengono il gran prix, riuscendo così ad imporsi anche a livello internazionale.

Nonostante i successi ottenuti incominciano a manifestarsi anche numerosi dissapori tra i soci, dovuti soprattutto all’eccessiva ingerenza del Giustiniani. Così, poco dopo l’esposizione parigina, Giovanni Montelatici, Giovanni Vannuzzi e Vittorio Giunti abbandonano l’impresa.

Intanto il Consiglio di Amministrazione della fabbrica provvede a trasformarla in un’impresa più ampia e più moderna, prevedendo per essa una sede più a­deguata. Infatti, poco dopo l’Esposizione di Torino del 1902, ove la fabbrica riscuote ancora un notevole successo, L’Arte della Ceramica viene trasferita nella località di Fontebuoni, presso Settignano. I rapporti tra i componenti della manifattura divengono sempre più burrascosi e nella gestione della produzione sempre meno libertà di azione viene concessa soprattutto al direttore artistico. Ne è la prova la serie di clausole inserite in un regolamento di fabbrica, redatto nel 1904, che pone forti vincoli all’operato di Galileo Chini, ed in particolare l’approvazione da parte del Consiglio direttivo di ogni sua scelta artistica. Questo ovviamente provoca il risentimento di Galileo che nello stesso anno lascia la fabbrica. A distanza di un anno circa, anche Chino Chini, direttore tecnico della manifattura, dopo le dimissioni del Giunti, non riuscendo a sopportare le imposizioni del Consiglio e soprattutto la diminuzione di stipendio, abbandona 1′impresa.

Così L’Arte della Ceramica privata dei due per­sonaggi fondamentali continua la sua attività ancora per pochi anni finché nel 1909 è costretta a chiudere.

Marchi

I quattro soci fondatori adottano come marchio di fabbrica una melagrana. A commento di questa scelta non esistono documenti, possiamo immaginare però che la melagrana per il suo significato simbolico legato alla fecondità, possa essere sembrata di buon auspicio per il futuro dell’impresa.

Va inoltre notato che tale frutto compare spesso nelle rappresentazioni di numerosi artisti del mo­dernismo internazionale; tra questi possiamo citare ad esempio William Morris, che l’utilizza come motivo decorativo per stoffe e carte da parati, ed anche Arthur Mackmurdo che l’adotta nel 1884 come simbolo della Century Guild.

A testimonianza dello spirito di fratellanza che lega i soci de L’Arte della Ceramica vengono poste vicino al marchio di fabbrica anche due piccole mani in­trecciate. L’uso di tale simbolo è limitato a pochi anni di produzione; viene poi abbandonato quando i rapporti nella fabbrica incominciano a deteriorarsi soprattutto con la presenza di Vincenzo Giustiniani.

Al marchio della melagrana viene accompagnata la sigla ADCF e molto spesso anche la scritta FIRENZE. Dopo il trasferimento della fabbrica a Fontebuoni, nel 1903, il marchio rimane immutato ma ora compare anche la scritta FONTEBUONI.

Il marchio è riportato sotto la base degli esemplari e in genere viene disegnato in blu, con il pennello, oppure inciso.

Riferimenti culturali e tipologie di produzione

La fondazione de L’Arte della Ceramica è per Galileo Chini l’occasione per mettere in pratica un radicale rinnovamento nel settore delle arti decorative; lo stesso artista lo annota nella sua autobiografia: `Il 1896-7 fu per me anche un periodo in cui potei iniziare qualcosa che era in me latente… Io insistei che il no­stro movimento Artistico avesse un carattere, non imitazione dell’antico, ma bensì un proprio carat­tere… Era allora l’epoca del Liberty e bisognava assimilare a questo stile anche il soprammobile… Il Vaso o il Piatto Cafaggiolo, Montelupo, Faenza, Sa­vona ecc., non erano ad esso intonati. Noi cercavamo di avere una parola propria si doveva al movimento Artistico uniformarsi!”.


L’alto livello qualitativo delle ceramiche disegnate da Galileo Chini scaturisce da una convinta accettazione del nuovo modo di intendere l’arte diffuso in Europa da uno specifico movimento di riforma negli ultimi decenni dell’Ottocento. Dopo l’Esposizione Universale di Londra del 1851 già si inizia a sentire la necessità di una nuova definizione delle arti decorative, libera dai deterrenti legami con l’eclettismo. In Inghilterra nascono i primi impulsi innovatori, soprattutto grazie alle personalità di John Ruskin e di William Morris. Nel messaggio da essi lasciato non c’è solo una nuova definizione di schemi artistici, ma, attraverso la loro ammirazione per l’epoca medioevale, troviamo la proposta di una autentica ri­valutazione del lavoro artigianale. Questo favorisce il sorgere di numerosi atelier di artisti particolarmente sensibili nei confronti del nuovo movimento e in­tenzionati a dare una nuova dignità alle arti applicate dopo che il malinteso senso di rispetto verso l’arte del passato, insito nella cultura dello storicismo, l’aveva loro negata. Infatti l’accettazione acritica di moduli della tradizione artistica aveva creato una situazione che era riuscita ad impedire ogni possibilità di evoluzione in senso moderno delle arti decorative. Si cerca quindi, da parte di molti artisti, di pensare a nuovi valori estetici in sintonia con le necessità dell’epoca contemporanea.

Generosa fonte di ispirazione si rivela in questa ricerca del nuovo, l’arte giapponese: di essa si ammira l’interesse per il mondo della natura, del tutto in linea con lo spirito tardo-romantico di questi artisti innovatori. Inoltre, nelle stampe giapponesi si trova una nuova maniera espressiva, caratterizzata da un linguaggio sintetico risolto attraverso una visione bidimensionale dell’immagine secondo uno schema grafico dal tratto continuo ed energico che racchiude il colore in campiture uniformi.

Tra i primi esempi di gusto moderno, permeati dall’influenza dell’arte giapponese, possiamo citare alcuni pezzi della Reale Manifattura di Porcellane di Co­penhagen presentati all’Esposizione Universale di Parigi dei 1889.

Questo movimento di riforma che assume defi­nizioni diverse in ogni nazione, “Modern Style” in In­ghilterra, “Art Nouveau” in Francia, “Jugendstil” in Ger­mania, “Sezession” in Austria e “Liberty” in Italia, attira l’interesse di numerosi artisti verso le arti applicate, determinandone sviluppi sorprendenti. In particolar modo il confluire nel settore della ceramica di artisti provenienti dal campo della pittura favorisce l’ampliamento della gamme cromatiche che si ar­ricchiscono di nuove ed insolite sfumature. Sicuramente i maggiori sviluppi nel settore ceramico avvengono in Francia. In questa nazione personalità come Ernest Chaplet, Auguste Delaherche o Emile Decoeur riescono ad ottenere risultati di grande effetto utilizzando anche, a scopo decorativo, certi difetti, come ad esempio le co­lature di smalti.

Galileo Chini riesce a recepire con notevole pre­cocità per il nostro paese, questo clima artistico e cul­turale d’oltralpe. Dalle sue ceramiche risulta evidente che per lui l’acquisizione del nuovo credo artistico non è una presa di posizione superficiale dovuta solo ad un evento dettato dalla moda. Vediamo soprattutto come il Chini metta in pratica il concetto di interdipendenza tra struttura e decorazione, non intendendo questa come semplice rivestimento di una sagoma; prova ne è che molti esemplari de L’Arte della Ceramica vengono ad essere costituiti proprio dagli elementi su cui è impostato il complesso decorativo. Si possono vedere vasi formati, ad esempio, da corolle di fiori oppure da dinamiche sagome di pesci. Inoltre, quando il decoro è solo pittorico esso si adegua con cura alla struttura del pezzo: così notiamo che, in genere, nelle zone più espanse trova posto una serie di carnose corolle mentre in quelle più sottili sono riportati lunghi steli o foglie a nastro.

Gli schemi decorativi di impronta floreale caratteristici dei raffinati esemplari de L’Arte della Ceramica risentono, soprattutto nei primi anni di produzione, quando è adottata una resa naturalistica maggiore, dell”`Art Nouveau” di matrice franco-belga, secondo una visione proposta da artisti come Eugène Grasset o George De Feure. Spesso nella prima produzione della fabbrica fiorentina compaiono anche motivi di serpenti, ri­conducibili ad analoghi soggetti presentati dalla rivista tedesca «Jugend». Talvolta questi motivi vengono utilizzati opportunamente nei punti in cui la sagoma presenta dei restringimenti, quasi a voler dare l’effetto della stretta delle spire serpentine. Altre volte, oltre che riportati pittoricamente sulla superficie dell’esemplare, essi si estroflettono dalla superficie per formare pla­sticamente parti strutturali come ad esempio le anse di certi vasi.

Un altro soggetto decorativo che ricorre con frequenza nei primi anni di produzione è il volto fem­minile. Spesso esso viene impostato tra viluppi vegetali secondo uno schema piuttosto tipico dell’Art Nouveau” e la sua matrice iconografica trova riferimento in ti­pologie preraffaellite mediate dall’interpretazione di Aubrey Beardsley. Talvolta però i volti femminili di Galileo Chini presentano caratteristiche botticelliane, manifestando così l’interesse dell’artista per un collegamento con l’arte del passato. Questo avviene però attraverso una visione in piena sintonia con il gusto moderno. Infatti egli ricorre ad un tipo di rap­presentazione con assenza di profondità spaziale e l’individuazione degli elementi formali, soprattutto i tratti fisiognomici, avviene attraverso un impianto grafico senza alcun ricorso ad effetti chiaroscurali, secondo l’esempio fornito dalle stampe giapponesi.

L’ispirazione a moduli dell’arte del passato è per Galileo Chini un interesse del tutto evidente: oltre al volto femminile di tipo botticelliano ritroviamo ad esempio anche la figura del satiro, anch’essa di de­rivazione rinascimentale. Anche un motivo decorativo tra i più celebri della secolare tradizione ceramica, come l’occhio di penna di pavone, ricorre con frequenza negli schemi ornamentali proposti da Galileo Chini in tutta la sua lunga attività nel settore ceramico. Notevole è anche il ricorso a tipologie strutturali tipiche della ceramica tradizionale: ricordiamo ad esempio alcuni tipi di versatori e di albarelli, sulla cui sagoma viene riportata una decorazione moderna con il preciso scopo di instaurare un rapporto dialettico con la tradizione, in modo che ne rivivano i valori ma con uno spirito orientato all’ integrazione con le esigenze moderne.

Non mancano certo nella variatissima tipologia de L’Arte della Ceramica esemplari detti di “reazione”. Come abbiamo precedentemente accennato, nella in­cessante ricerca del nuovo i ceramisti moderni giungono a soluzioni del tutto inconsuete, reagendo alla prassi tradizionale ed affidandosi spesso alla casualità degli effetti del forno. Le decorazioni a colature di smalto ne sono un mirabile risultato. Gli esemplari di questo tipo prodotti da L’Arte della Ceramica sono più frequenti verso l’inizio del Novecento, quando le scelte estetiche di Galileo Chini, conformemente ai tempi, incominciano ad indirizzarsi verso moduli decorativi meno naturalistici. Spesso gli esemplari di “reazione” della fabbrica fiorentina hanno coperture a lustri metallici che, attraverso l’articolato gioco delle iridescenze, imprimono all’intera struttura particolari effetti dinamici. Anche la copertura a lustri metallici, sempre più frequente dagli inizi del nostro secolo, è un procedimento desunto dalla prassi tradizionale, usato però da L’Arte della Ceramica su schemi decorativi di impronta moderna secondo i dettami delle più avanzate tendenze internazionali.

La produzione de L’Arte della Ceramica che, come abbiamo visto deriva da una cultura artistica altamente raffinata, ha tra le sue proposte anche uno spazio destinato ad oggetti per uso pratico. Non dob­biamo aspettarci, in questo periodo, di vedere esemplari funzionali assemblati su schemi di livello qualitativo meno interessanti. È Sem Benelli che già nel 1899 rileva questa particolarità: “L’idea principale della fabbrica è di cercare che la ceramica non principi e finisca col solo scopo dell’ornamento e del lusso; ma che possa abbellire gli oggetti più semplici.[...] Se il portare a grandi dimensioni questo ornamento ceramico sarà bello, il piegarlo alle cose più comuni sarà bello e utile.”

Infatti L’Arte della Ceramica, accogliendo un importante principio del movimento di riforma internazionale, cioè “l’arte in tutto”, produce anche una serie di servizi da tavola, da caffè, o vari tipi di versatori e calamai che, pur destinati ad un uso quotidiano, non sono in alcun modo meno interessanti di altri generi di produzione. Infatti nei pochi esemplari rimasti, destinati a scopi pratici, non assistiamo ad alcun scadimento qua­litativo. Si conoscono ad esempio alcune tazzine elegan­temente decorate a motivi di occhio di pavone. Inoltre in un bozzetto per un servizio da tavola possiamo notare come ogni particolare venga studiato, anche in questo caso, affinché l’impianto decorativo sia integrato con la struttura degli oggetti. Anche in esemplari meno complessi come calamai dalla forma a bulbo, spesso rea­lizzati in grès, dalla semplice decorazione a filettature o a motivi a catena, fa riscontro l’interesse per dar vita ad un oggetto dall’aspetto inedito facendo ricorso alle colature di smalto e alla copertura a lustri metallici.

Tra le varie realizzazioni destinate all’uso pratico, quella che forse indulge verso uno schema di intonazione più popolare, è un tipo di boccale realizzato attorno al 1900 per il Gambrinus di Firenze. Sulla lineare sagoma troncoconica, dal fondo giallo paglierino, sono riportati tralci di vite, in verde, con tocchi molto rapidi. Si tratta di esemplari sicuramente più seriali dove però è ancora riscontrabile una certa qualità, ma che sicuramente non raggiungono i livelli di raffinatezza caratteristici della produzione de L’Arte della Ceramica.

Produzioni per l’architettura

La produzione de L’Arte della Ceramica ha un vasto settore dedicato ai materiali per rivestimenti architettonici. Anche in questi generi è riscontrabile sempre l’alta qualità caratteristica di tutti gli altri prodotti dalla fabbrica. I materiali ceramici per architettura  incontrano, negli ultimi decenni dell’Ottocento, un notevole favore nei paesi d’oltralpe. Infatti, grazie ai progressi della chimica vengono prodotti tipi ceramici e smalti molto resistenti agli agenti atmosferici e questo favorisce certamente l’interesse per tali rivestimenti, soprattutto per scopo decorativo. Ricordiamo che il ceramista inglese William de Morgan è stato un sostenitore entusiasta di rivestimenti ceramici per architettura, progettando una variatissima tipologia di piastrelle e di pannelli. Molti architetti dell’epoca adottano questo tipo di soluzione decorativa per le facciate dei loro edifici; non possiamo non ricordare i singolari esempi forniti dall’architetto catalano Anton Gaudi oppure la Majolika Haus progettata nel 1896 dal viennese Otto Wagner. Il grande interesse che viene mostrato in numerosi paesi europei coinvolge anche l’Italia. Nei primi anni del Novecento troviamo esempi di grande qualità di impronta moderna proposti dalla manifattura Cantagalli e dalla Società Ceramica Richard-Ginori di S. Cristoforo sul Naviglio. Ancora una volta pe­rò L’Arte della Ceramica produce questi generi già alla fine dell’Ottocento. All’Esposizione Universale di Parigi del 1900, nel padiglione della fabbrica figurano anche numerosi esempi di piastrelle. Uno sviluppo molto più consistente di tale produzione è presente all’Esposizione di Torino del 1902. In questa occasione, oltre a pre­sentare i quattro monumentali bassorilievi in grès modellati da Domenico Trentacoste, primo saggio nel nostro paese di uso del grès per rivestimenti ar-chitettonici(4), vengono presentati anche una serie di piastrelle e numerosi pannelli che ornano i vari ambienti del padiglione della fabbrica. Tra questi segnaliamo il bellissimo fregio con motivi a rilievo di gabbiani in volo su un mare increspato; soprattutto per i colori usati, il blu, il bianco e il verde, vi è una palese ispirazione alle ceramiche robbiane rese con grande senso moderno. Splendide sono le soluzioni decorative proposte da Galileo Chini per i generi destinati all’architettura. I motivi a cui fa ricorso più frequentemente sono raffinate corolle, eleganti cigni e pesci. A questi decori di impronta naturalistica si affiancano anche moduli molto più stilizzati che manifestano un’adesione agli stilemi della Secessione viennese.

Con il trasferimento della fabbrica a Fontebuoni questo tipo di produzione subisce un incremento consistente, con una estensione a nuovi impieghi come si legge in una relazione del Giustiniani, del 27 giugno 1904: “Cercare nuove applicazioni del materiale ceramico come ad esempio cartelli-reclame, insegne per negozi, decorazioni per mobili.” (5)

In realtà all’estero già da tempo il metallo era stato sostituito, soprattutto nelle insegne pubblicitarie di negozi, dalla ceramica che si era rivelata molto meno deteriorabile.

L’Arte della Ceramica ha sicuramente prodotto molto per il settore dell’architettura anche se purtroppo ne sono rimasti pochi esempi. Tra i lavori importanti eseguiti dalla fabbrica dobbiamo ricordare la decorazione ceramica per la Sala Toscana delle Biennali veneziane del 1903 e del 1905. Purtroppo anche tali lavori sono andati perduti e ci resta solo un bozzetto della Biennale del 1903, dietro il quale Chino Chini annota che si tratta di vari pannelli e di un fregio in avorio e oro per la sommità delle pareti, modellato da Domenico Trentacoste e anche di un portale e di un pannello in grès.

Tipi ceramici e tecniche

Il materiale più frequentemente usato da L’Arte della Ceramica è la maiolica. Solo in occasione della mostra di Torino del 1902 vengono presentati per la prima volta i risultati di alcune ricerche sul grès. Si tratta di alcuni vasi che affiancano le produzioni in maiolica all’interno delle sale del padiglione della fabbrica e di quattro grandi bassorilievi modellati da Domenico Trentacoste raffiguranti le fasi dell’attività del ceramista, collocati all’ingresso dello stand de L’Arte della Ce­ramica. L’uso di questo materiale è sicuramente innovativo per la ceramica italiana dell’epoca, mentre all’estero già da tempo esso veniva utilizzato. Infatti la presenza alle esposizioni universali di manufatti giapponesi in grès aveva indotto i ceramisti europei a riutilizzare questo materiale che da molto tempo era caduto in disuso. Ceramisti di grande fama come Auguste Delaherche, in Francia o i fratelli Martin, in Inghilterra, mettono a frutto ricerche sul grès con risultati di straordinario interesse. L’aspetto rude di questo materiale viene molto apprezzato da artisti come Paul Gauguin perché esso ben si adatta a tradurre concezioni formali di impostazione primitiveggiante. Il grès trova largo impiego soprattutto nei rivestimenti architettonici del nord Europa data la sua resistenza agli agenti atmosferici e chimici. Ai componenti de L’Arte della Ceramica non sfugge certo l’importanza di introdurre in Italia l’uso di questo materiale. Il tipo di grès usato dalla fabbrica fiorentina è grigio e nella maggior parte dei casi viene presentato con sintetici decori in blu di cobalto e rivestito da una copertura trasparente salina. Questi esemplari vengono definiti di grès salato, perché rivestiti da una pellicola vetrosa trasparente ottenuta dalla reazione chimica della combustione, nella fiamma del forno, del cloruro di sodio. Tutto questo ci dà una dimensione dell’alto livello tecnico raggiunto dalla fabbrica, che si pone così in linea con i più moderni laboratori europei. Gli eccellenti risultati tecnici raggiunti dall’impresa sono merito di Vittorio Giunti la cui preparazione è dovuta non solo alle sue personali ricerche, ma anche agli insegnamenti ricevuti dal chimico e farmacista senese Bernardino Pepi, personalità di rilievo nel settore della tecnica ceramica. Esiste infatti un carteggio, iniziato nel 1897, tra il Pepi e il Giunti che dimostra quanto i suoi insegnamenti siano alla base dell’alta qualità dei manufatti de L’Arte della Ceramica. Altro risultato rilevante di questa collaborazione è l’applicazione della tecnica del lustro metallico. Il lustro metallico aveva esercitato sempre una notevole attrattiva sui ceramisti dell’Ottocento, soprattutto su coloro che, verso la metà del secolo, sotto l’influenza della cultura dello storicismo, si proponevano di ritrovare i segreti della ceramica dei secoli passati e in particolare la possibilità di riscoprire i procedimenti della copertura a lustri metallici. I primi risultati significativi si ottengono presso la manifattura Ginori, nel 1848, e presso la manifattura pesarese Benucci e Latti. Da allora l’attenzione per questa tecnica si diffonde velocemente in Europa grazie alla presenza delle maioliche italiane a lustri nelle esposizioni universali. Ricordiamo come William de Morgan sia tra i più tenaci sperimentatori tanto da recarsi a Firenze presso la fabbrica Cantagalli per perfezionare i suoi risultati. Il lustro metallico trova entusiastica accoglienza anche presso i ceramisti di indirizzo modernista che utilizzano questa tecnica accordandola alle nuove esigenze decorative dell’epoca contemporanea. Ricordiamo l’alta qualità raggiunta in questo campo dai francesi Ernest Chaplet, Auguste Delaherche e Clément Massier, dal danese Hermann Kàhler e dall’ungherese Vilmos Zsolnay.

Nonostante l’eccellenza raggiunta dalle fabbriche italiane nell’uso del lustro metallico, L’Arte della Ce­ramica riesce ad utilizzare questa tecnica con una visione del tutto nuova applicandola a manufatti di intonazione moderna. Anche dopo le dimissioni di Vittorio Giunti, nel 1901, non cessa la collaborazione della manifattura con Bernardino Pepi; è il nuovo direttore tecnico Chino Chini ad occuparsene fino al 1904, anno della morte del­l’illustre senese. Con il trasferimento della fabbrica da Firenze a Fontebuoni si rende opportuna la costruzione di tutta l’attrezzatura necessaria per la nuova attività. Per questo motivo, nel 1903, Chino Chini si reca nel sud della Francia, nel 1903, sia a St. Martin du Var che a Golfe-Juan presso la fabbrica de L’Hospied per acquisire nuove competenze e per documentarsi, in particolare, su forni e macchinari più moderni (8). Così Chino Chini, grazie anche alla sua passione, ha modo di acquisire e per­fezionare talmente la sua preparazione tecnica da riuscire poi ad allestire gli impianti della nuova fabbrica di Fontebuoni. Nel 1905 però anch’egli lascia l’impresa per divergenze sempre più profonde con la direzione della manifattura.

Esposizioni

Il primo contatto col grande pubblico e la critica avviene all’Esposizione di Torino del 1898. In questa occasione la manifattura si aggiudica la medaglia d’oro nonostante la presenza di fabbriche già molto note come la Cantagalli o la manifattura di Signa. I manufatti della giovane fabbrica destano grande ammirazione e stupore per le loro precoci connotazioni di modernità subito messe in rilievo: “Chi ha dato un vero tuffo nel moderno attingendo però a piene mani alle sottili gentilezze del  preraffaellismo e specialmente alle grazie del Botticelli è stata la Società Fiorentina L’Arte della Ceramica.”

Gli esemplari della giovane fabbrica risultano assai gradevoli anche per l’armoniosa colorazione dai toni mai stridenti: “È quasi un riposo della vista in mezzo alla raccolta delle altre ceramiche svariate, ricche di oro, di colorazioni e di decorazioni, una sinfonia larga a piena orchestra di smalti bianchi e di colori audaci, Qui [negli esemplari de L'Arte della Ceramica] sulla gamma di quattro o cinque tinte unite e delicate si ricama tutta la tela della decorazione artistica.” 

Sem Benelli, nel 1899, è tra i primi a rilevare nelle ceramiche ideate da Galileo Chini un nuovo rapporto tra la struttura e la decorazione: “Così un boccale, su cui è dipinto un intrecciarsi di fiori, di foglie, di frutta, ha il manico che è formato dallo staccarsi di un gambo di foglia o di fiore dalla fitta rete di che sembra comporsi il vaso stesso.”

L’Arte della Ceramica è presente anche al­l’Esposizione di Londra del 1898, dove ottiene la me­daglia d’oro; sarà però l’Esposizione Universale di Parigi del 1900 a decretare il grande successo internazionale della fabbrica. In questa occasione la rivista «Art et Décoration», riconosce alla manifattura italiana il merito di aver saputo dare un esempio eccellente di modernità, anche se viene erroneamente sopravalutato il contributo di Vincenzo Giustiniani in questo rinnovamento: “Dei giovani egualmente entusiasti e maestri nel loro mestiere, si sono raggruppati per questa propaganda effettiva attorno al signor Giustiniani; bisogna citare in testa il signor Galileo Chini, che disegna i modelli dei pezzi, e il signor Vittorio Giunti, che dirige i lavori tecnici. I bei risultati già acquisiti rivelano la competenza di questi artisti, il loro senso del decoro ringiovanito e la loro comprensione delle coloriture contemporaneamente sobrie e brillanti, utilizzando anche con discrezione i riflessi metallici.”

Inoltre si puntualizza: “Ci auguriamo che il popolo che ha creato una volta tanti capolavori segua l’esempio che gli ha dato il conte Giustiniani, e finisca una buona volta di fabbricare assurde copie di opere di vecchi maestri.”

Il successo di critica è coronato dall’attestato del grand prix che la giuria attribuisce alla fabbrica.

L’Arte della Ceramica partecipa poi all’Espo­sizione di Pietroburgo del 1901, alla quale sono ammessi tutti coloro che avevano ottenuto un riconoscimento nella precedente manifestazione parigina.

L’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Torino del 1902 rappresenta un momento assai importante, non solo per L’Arte della Ceramica, ma per tutte le arti applicate italiane che in questa occasione mostrano il loro nuovo aspetto. Ancora una volta sono i manufatti de L’Arte della Ceramica che si impongono per la loro qualità e raffinatezza. Tutto questo viene ben rilevato da Alfredo Melani: “Tutto un profumo di modernità si espande dunque negli `ambienti dell’Arte della Ceramica’, la quale a Torino ha voluto riassumere la sua operosità di questi pochi anni e mostrare i suoi progressi col mezzo di saggi che onorerebbero qualsiasi vecchia officina.”) Infatti nei vari ambienti progettati da Galileo Chini e arredati con i mobili della ditta fiorentina Girard e Cutler, la fabbrica mostra un campionario della sua produzione dove è ben evidente una maggiore evoluzione rispetto alle altre produzioni italiane. Tra i manufatti si trovano anche oggetti in grès: “Dei grès semplici ma interessanti” sottolinea M.P. Verneuil sulle pagine di «Art et Décoration». E sui bassorilievi del Trentacoste così rileva lo stesso autore: “È un tentativo molto interessante d’applicazione del grès all’ornamen­tazione architettonica.”

Tra le novità nella produzione della fabbrica vi è anche la scelta, da parte di Galileo Chini, di un nuovo indirizzo estetico in piena sintonia col gusto internazionale dell’epoca. Infatti, pur rimanendo un’impostazione basata su schemi floreali, assistiamo ad una decisa diminuzione dell’uso di figure femminili e di satiri a favore di un’at­tenzione sempre crescente per moduli più schematici aderenti allo stile della “Secessione viennese”.

Non mancano commenti anche sulla qualità tecnica dei prodotti de L’Arte della Ceramica e, quanto rileva Arduino Colasanti, ci sembra del tutto appropriato: “E con la spontanea freschezza della concezione va di pari passo la cura dell’esecuzione tecnica. Si che l’impasto è sempre finissimo, la leggerezza notevole, la trasparenza e la lucentezza volta a volta perfette.”

Dopo la manifestazione torinese del 1902, L’Arte della Ceramica è presente all’Esposizione di St. Louis, del 1904, ottenendo ancora una volta il grand prix. Nell’esposizione americana anche i meriti di Galileo e Chino Chini vengono messi in evidenza con l’asse­gnazione di una medaglia d’argento al primo e di bronzo al secondo.

L’ultima manifestazione a cui partecipa L’Arte della Ceramica, quando ormai non ha più il supporto di Galileo e Chino, è l’esposizione milanese del Sempione, del 1906. Purtroppo l’incendio scoppiato nel reparto ungherese della chimica distrugge anche l’attiguo padiglione italiano delle arti decorative dove si trovano anche i manufatti della fabbrica fiorentina.

Influenza dello stile della fabbrica su altre ma­nifatture italiane

I manufatti de L’Arte della Ceramica si pongono come precoci affermazioni in Italia del nuovo modo di intendere le arti decorative già diffuso e affermato da alcuni decenni nei paesi d’oltralpe. Questo nuovo spirito nasce in opposizione alla cultura dello storicismo e si propone la maturazione di uno stile moderno, affrancato dagli schemi del passato. In Italia, la grande tradizione artistica impedisce per molto tempo l’affermazione dei dettami di questa nuova estetica e per questo, per tutto l’Ottocento, l’eclettismo ha un dominio indiscusso. La cesura con il passato è molto difficoltosa anche perché proprio su di esso si basa l’impostazione della fio­rentissima industria dell’artigianato. L’accettazione del nuovo gusto implica sicuramente una scelta commerciale molto coraggiosa, con aperture verso mercati più incerti rispetto a quelli che già si affidano a prodotti dalla indiscussa fama. Infatti l’adeguamento al nuovo stile, che secondo la denominazione italiana viene chiamato “Liberty”, si ha solo nei primi anni del Novecento, so­prattutto in occasione dell’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Torino del 1902. In questa ma­nifestazione, una gran parte del settore della ceramica viene ad essere occupato da manifatture toscane che presentano un campionario intonato al gusto moderno, secondo le norme previste dal regolamento. A parte gli eleganti e raffinatissimi esemplari della Società Ceramica Richard-Ginori prodotti nella manifattura di Doccia e che risentono notevolmente dell’influenza delle por­cellane della manifattura francese di Sèvres, le altre fabbriche, come la Florentia Ars, la ditta di Mario Salvini, la Società Ceramica di Colonnata, manifestano una profonda influenza degli schemi utilizzati da L’Arte della Ceramica.” In genere esse attingono soprattutto al repertorio floreale e a certi moduli di impronta pre-raffaellita centrati sulla figura femminile, che Galileo Chini aveva adottato nei primi esemplari prodotti dalla sua fabbrica. Come si rileva anche dalle cronache del­l’epoca, questo tipo di rinnovamento non ottiene il suc­cesso sperato.

L’unica fabbrica che all’esposizione torinese del 1902 sa mostrare una linea veramente moderna è la Società Ceramica Artistica Fiorentina, fondata da Vittorio Giunti nel 1901, dopo la sua uscita da L’Arte della Ceramica. Infatti gli esemplari del Giunti, come molti pezzi ideati da Galileo Chini per questa manifestazione, presentano coperture a lustri metallici e schemi decorativi basati sulle colature di smalto.

Nelle manifatture ceramiche italiane l’accet­tazione del nuovo gusto non avviene in genere con piena convinzione e nella maggior parte dei casi, per soddisfare le nuove richieste, si affianca al campionario tradizionale anche un settore moderno. È il caso ad esempio della fabbrica Cantagalli, famosa per le sue mirabili copie di opere del passato, che all’inizio del secolo mostra anche una produzione sia di vasi che di piastrelle intonata ai dettami della nuova estetica. È facile anche qui ri­scontrare tangenze con gli schemi decorativi proposti da L’Arte della Ceramica, soprattutto nei motivi floreali o nei viluppi vegetali costituiti da foglie lanceolate.

Analogamente anche le fabbriche del territorio di Sesto Fiorentino, come la già citata fabbrica di Colonnata, la Società Industriale per la Fabbricazione di Maioliche Artistiche (dal 1906 Manifattura Fantechi) o l’impresa di Ernesto Conti, vedono nelle ceramiche ideate da Galileo Chini un punto di riferimento da cui trarre ispirazione per il loro nuovo campionario. Questa attenzione per i manufatti de L’Arte della Ceramica non si ha solo in Toscana, ma anche nelle produzioni di manifatture di altre parti d’Italia come ad esempio quelle pesaresi del Molaroni e di Oreste Ruggeri.

Non sempre viene compreso dalle fabbriche italiane lo spirito dell’impostazione artistica della produzione di Galileo Chini; in particolare la sua sensibilità in continua evoluzione e l’apertura culturale verso eventi artistici internazionali non trovano in genere seguaci di pari levatura. Prova ne è che molti degli schemi decorativi ideati dal Chini a fine secolo vengono riproposti da altre manifatture ben dopo la chiusura de L’Arte della Ceramica, quando già cominciavano a comparire nuovi esemplari dal gusto anticipatamente déco, prodotti dalla nuova fabbrica dei Chini, le Fornaci San Lorenzo.

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